Valori Cultura e Sociale • 31 December 2004

Il nuovo Limes (11/2001)

Il nuovo limes

?Questa democrazia così perfetta preferisce essere giudicata in base ai propri nemici e non in base ai risultati.? (G. Debord)
Introduzione
Il lavoro che segue vuole improntare il suo fondamento sull?aspetto culturale del nuovo conflitto Nord-Sud. A tal proposito il documento si svilupperà sull? analisi storico-politica del nuovo confronto.
1. Nord ? Sud: il nuovo conflitto prende forma
Nel 1989 sembrava si fosse giunti ad una svolta epocale, la caduta del muro di Berlino (e con esso le dittature comuniste) aveva dato una nuova speranza: la fine di un conflitto quarantennale tra est ed ovest del mondo. Mai analisi fu tanto avventata, infatti lo scontro tra occidente secolarizzato e blocco comunista perse solo uno degli antagonisti, poi prontamente sostituito dal Sud del mondo. Vi è però una differenza sostanziale: il blocco comunista ben anche eterogeneo al suo interno (da Albania e Cina fino al patto di Varsavia) aveva il denominatore comune dell?ideologia da perseguire, mentre il nuovo antagonista non ha né omogeneità territoriale (basti considerare le eccezioni Corea del Sud e Australia all?interno del sud geografico) né omogeneità di vedute. Inoltre, da un punto di vista organizzativo, si passa da dittature sanguinarie a democrazie traballanti. Questa nuova paradossale non-entità sostituisce in maniera preoccupante quel blocco ideologico che aveva tenuto in scacco il mondo per quasi mezzo secolo.
2. I nuovi contendenti: l?eterogeneità della loro natura
In questa fase dell?analisi è utile soffermarci sul parallelismo tra Occidente e Impero Romano. La differenziazione tra i territori dell?impero e ciò che era oltre limes era chiara e netta. Da una parte una cultura che univa ed integrava le culture locali, nel massimo rispetto delle identità, dall?altra un coacervo di culture sempre in conflitto e non tolleranti delle diversità. I romani si limitavano a riscuotere tributi, far rispettare alcune direttive generali, e lasciavano campo aperto alle comunità locali. Mentre i popoli oltre risolvevano le loro dispute annientando completamente l?avversario. Quello che spaventava di più era proprio l?eterogeneità delle culture dei nuovi invasori. Storica a tal proposito è la preoccupazione espressa da Catone dopo la distruzione di Cartagine: ? che ne sarà di Roma senza Cartagine..?, da questa traspare la paura dell?ignoto ed allo stesso tempo la necessità di un avversario chiaro con cui confrontarsi. Alla luce di quanto detto possiamo individuare il parallelo dei giorni nostri. Da una parte l?occidente con la sua cultura e la sua eticità di tradizione greco-latina, dall?altra un?onda informe di culture oltranziste ed integraliste. Abbiamo un nuovo avversario che non è univocamente identificabile, ma che ci considera simboli da abbattere. Non culliamoci quindi nel finto ottimismo hegeliano che certa sinistra propone per classificare i nuovi avversari. Questi dopo aver trascorso decenni della loro esistenza nella proposizione di valori marxisti come unica arma contro i colonizzatori stanno avvicinandosi ad una nuova ed ancor più pericolosa ideologia: l?unione del marxismo con il fanatismo locale. È infatti vero che dopo sanguinari dittatori leninisti (vedi Pol-Pot) si giunge a nuovi e più pericolosi leader che uniscono le tradizioni integraliste locali con l?oscurantismo comunista (vedi rivoluzione komeinista).
3. La crescita demografica: paura ormai sbiadita o arma di convenienza?
Negli anni settanta uno degli argomenti che teneva banco era al paura della spinta demografica del sud del mondo. È interessante analizzare le due principali scuole di pensiero sviluppatesi su questo argomento: il neo-malthusismo e il transizionismo. Il primo riprendeva la teoria di Malthus sui flussi economico-demografici denominata equilibrio della penuria. Ovvero ad un aumento delle risorse disponibili corrisponde un aumento della popolazione, aumentando i consumi diminuiscono le risorse e si va verso una catastrofica conseguenza: la carestia. Questa teoria, di natura marxista, ebbe un successo notevole appoggiata dall?intellighenzia di sinistra, che ottusamente considerava la torta a disposizione dell?umanità limitata superiormente. Con tale presupposto si avviarono mastodontiche campagne per il controllo demografico foraggiate dall?O.N.U.. La seconda, molto più vicina alla nostra cultura politica, si basa su stadi di transizione economico-demografica delle popolazioni. Secondo tale teoria il cambiamento si svolge in due tappe: prima riduzione della mortalità poi riduzione della fecondità. Tra le due tappe si individuano tre fasi: la prima è caratterizzata da un tasso di fecondità e di mortalità alto; la seconda è caratterizzata da fecondità alta e mortalità bassa; la terza ha fecondità e mortalità basse. Terminate le fasi la popolazione si stabilizza secondo il cosiddetto moltiplicatore transizionale, che prevede un incremento rispetto al valore di partenza. Come si evince dalle stesse formulazioni la differenza sostanziale tra le due teorie si materializza sul comportamento delle popolazioni, per i maltusiani queste consumano e basta , per i transizionisti consumano e producono. Tipico periodo transizionista è stato lo sviluppo europeo del XIX sec., ove i valori liberali affermatisi hanno consentito uno sviluppo più o meno armonioso delle popolazioni. Dopo questa breve analisi è utile soffermarsi su quanto sta accadendo negli ultimi anni. Nel terzo mondo il tasso di fertilità è rimasto alto, ed il tasso di mortalità si è abbassato. Letto con occhio malthusiano siamo comunque sull?orlo della catastrofe, mentre per i transizionisti saremmo nella seconda fase del processo di sviluppo come accadde nell? ?800. Vi è però una differenza sostanziale tra quello che accadde in europa e quello che sta accadendo nel terzo mondo. Questa differenza si chiama assistenzialismo. Alla luce dei fatti si affaccia un nuovo modello: il transizionismo imperfetto, ovvero le fasi si alternano non più in maniera autonoma, ma vengono drogate dalla presenza di metodi di prevenzione importati dai paesi più sviluppati. La spinta demografica del sud del mondo diviene in questo modo un?arma e non una fase di sviluppo. Emblematiche in tal senso sono le politiche scellerate, fondate sull?onda demografica, perpetrate da diversi paesi del terzo mondo nei tavoli di spartizione di risorse a cui partecipano. In questo scenario si inserisce in maniera fondamentale il ruolo dei paesi posti sul limes. La loro funzione è quella di assicurare stabilità nell?enclave di povertà in cui si trovano, ed inoltre svolgere il compito di filtro rispetto ai flussi di masse verso l?occidente. Per questo compito vengono aiutati in varia forma dai paesi del nord, che in questo modo cercano di fortificare il nuovo confine.
4. La solidarietà come cavallo di Troia per i nuovi "invasori"
L?occidente ormai vive in una situazione di assedio. Come ogni fortezza che si rispetti ha il suo punto debole: il comunismo solidale. È infatti sotto questa insegna (ovvero il nuovo cavallo di Troia) che si celano i veri nemici della nostra civiltà. La solidarietà, che è un elemento fondamentale della coesistenza, viene violentata e strumentalizzata nella sua accezione più pura dai nuovi discepoli di Marx. Questi, ormai sconfitti dalla storia, cercano nuovi adepti facendosi passare per filantropi dell?accoglienza. Il loro scopo non è di aiutare i poveri, ma è solo quello di ottenere nuove forze da utilizzare politicamente. È in questo disegno che si inseriscono le mobilitazioni per far entrare sempre più persone provenienti da oltre limes (basti pensare alle varie leggi e sanatorie adottate). Il passo successivo sarà quello di cercare di abbassare le soglie di sbarramento per ottenere il diritto di voto. La logica dell?assistenza viene meramente piegata agli scopi politici di una parte. Invece di cercare di aiutare i paesi ?oltre? a svilupparsi, tramite una programmazione di aiuti che miri ad aumentare il grado di ricchezza e che conseguentemente controlli i flussi migratori, si cerca di introdurre nuovo elettorato che sostituisca quello perso. Vi è inoltre un aspetto da non sottovalutare, ed è quello legato alle culture di provenienza dei nuovi invasori. Queste spesso hanno alla radice un?intolleranza nei confronti della nostra. In alcuni casi (come ad es. la cultura islamica) manca totalmente la comprensione della nostra eticità dello stato. Ecco che gli assedianti grazie allo stratagemma della solidarietà rompono la cinta del limes ed invadono l?occidente.
5. La riscoperta delle identità nazionali come baluardo difensivo
Quale risposta dare a questa nuova strategia di guerra? L?unica vera risposta è la riscoperta della nostra identità culturale. Il rischio di vedere distrutta la nostra civiltà è alto, dobbiamo mobilitarci per riaffermare i nostri tratti caratteristici, senza per questo ignorare le culture diverse. Il principio di reciprocità, che ha sempre caratterizzato il pensiero liberale di destra, deve porsi come cardine della nuova società occidentale. I popoli oltre limes dovranno imparare a confrontarsi con il modello proposto, e non cercare di imporre il loro, sfruttando le subdole armi prima menzionate. Senza una chiara difesa delle nostre tradizioni ma, soprattutto, senza un preciso piano di confronto nelle diversità con i nuovi barbari, siamo destinati a soccombere e subire ?saccheggi? come la romana memoria ci ricorda. Il vero limes non sarà solo geografico, ma sarà soprattutto culturale. Qui si deciderà la sorte del modo occidentale che conosciamo.

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