Economia e Lavoro • 26 May 2005

Proposte per governare la flessibilità del mercato del lavoro (05/2005)

La necessità di fornire flessibilità alle imprese ed accrescere la produttività dei lavoratori, per consentire loro di competere nel mercato globale, è stata condivisa da tutti gli ultimi governi del nostro Paese senza distinzione di colore politico. Sia la destra che la sinistra, in Italia, come nel resto dei Paesi industrializzati, hanno però commesso l’errore di ritenere che l’introduzione di massicce dosi di flessibilità nel mercato del lavoro accresca di per sé la competitività del sistema economico, dimenticandosi che la capacità competitiva è data dalla tenuta complessiva del sistema stesso e non solo dalla creazione di condizioni favorevoli ad una parte. In altre parole, l’errore fin qui commesso dal “Pacchetto Treu” prima e dalla “legge Biagi” poi, è quello di aver introdotto forme atipiche di contratti di lavoro, senza garantire adeguati diritti ai lavoratori. Inoltre, considerando il tipo di competizione che la modernità impone, la riforma del mondo del lavoro dovrebbe riguardare l’intera Unione Europea che è, per dimensioni e potenzialità, l’unico soggetto in grado di competere sullo scenario globale. È però necessaria una legislazione armonica che riguardi, non solo i singoli Paesi, ma tutto il Continente. La flessibilità nel mercato del lavoro può essere di breve periodo oppure strutturale (lungo periodo). Nel primo caso, il lavoratore è disposto ad una riduzione delle garanzie solo se gli interventi servono ad accrescere il livello di formazione, le competenze e la propria professionalità, consentendo di conciliare la vita lavorativa con altri aspetti della propria esistenza. Se, invece, la flessibilità diviene strutturale, i lavoratori potrebbero essere disposti ad accettarla in cambio della partecipazione alle decisioni ed all’utile aziendale, divenendo così soggetti attivi del proprio destino professionale. In entrambi i casi, tramite appositi e temporanei ammortizzatori sociali, è necessario garantire le persone dal rischio di oscillazione delle retribuzioni, conseguente alla riduzione di lavoro, che il sistema presenta nei momenti di crisi economica. In questo quadro, avanziamo alcune proposte di riforma del mercato del lavoro che, all’introduzione della flessibilità, affianchino un sistema di condivisione sociale delle scelte, delle responsabilità, dei rischi e dei risultati. LA PARTECIPAZIONE DEI LAVORATORI ALL’IMPRESA La riforma del lavoro deve prevedere l’introduzione facoltativa della partecipazione dei lavoratori all’impresa, via maestra per riconoscere il diritto di essere compartecipi del proprio destino e per condividere socialmente scelte, rischi e risultati. Ciò comporterebbe: la riduzione delle remunerazioni connessa alla riduzione degli utili e una maggiore possibilità di circolazione della forza lavoro che, nelle fasi di crisi aziendale, avrà la tendenza a cambiare lavoro, ricercando un'altra impresa fiorente che possa accoglierla a migliori condizioni. Questa scelta politica sarebbe un valido sostegno alla flessibilità strutturale, richiesta dalle imprese, per accrescere la propria competitività. Si traccerebbe, così, la strada per uscire dalla crisi occupazionale legata alla mala gestione dei grandi gruppi industriali, che sino ad oggi, hanno sfruttato il sistema della cassa integrazione e gli sgravi fiscali adottati dai vari governi, per poi investire i propri capitali all’estero, dove la manodopera costa meno, contro gli interessi dei propri lavoratori. GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI Un sistema economico con alti livelli di flessibilità richiede l’intervento pubblico per garantire un livello minimo di reddito, necessario al lavoratore per diminuire l’impatto negativo della riduzione o della temporanea assenza delle remunerazioni. La soluzione ideale sarebbe l’introduzione di un reddito minimo di cittadinanza per tutti e senza condizioni. Ma tale strumento non è adottabile a causa degli enormi costi che comporterebbe e che non sarebbero sopportabili dalle economie occidentali, caratterizzate da alti deficit. L’alternativa adottabile, con minori oneri a carico delle casse pubbliche, è un sussidio condizionato allo stato di disoccupazione e alla partecipazione a corsi di formazione e riqualificazione professionale. Il sussidio dovrebbe durare al massimo sei mesi e l’entità dovrebbe essere ai livelli minimi di sussistenza per non ridurre l’incentivo a cercare occupazione, evitando il malcostume di abbinare una qualche forma di “lavoro nero” allo stesso sussidio. Tutto ciò garantirebbe ai lavoratori, “espulsi” temporaneamente dal ciclo, di ricercare una nuova occupazione con una certa tranquillità e, contemporaneamente, allo Stato di abrogare lo strumento eccessivamente dispendioso della cassa integrazione. LA FLESSIBILITÀ NEL BREVE PERIODO Introdurre forme contrattuali nuove, alternative al contratto di lavoro a tempo indeterminato, comporta una modificazione sostanziale delle aspettative di vita delle persone, in particolar modo dei giovani. Non è sostenibile un sistema in cui sia completamente esclusa la certezza di percepire un reddito costante e duraturo, poiché produrrebbe indubbie ripercussioni negative sui comportamenti che caratterizzano la vita comunitaria di una società. Si pensi alle difficoltà riscontrabili, sia dal punto di vista psicologico che finanziario, nel costruire una famiglia o nell’acquistare una casa, avendo coscienza di non percepire un reddito in maniera costante. Per tali ragioni, le nuove forme contrattuali di lavoro possono essere accettate e condivise solo se hanno una durata limitata e sono vissute dai lavoratori come opportunità, ossia come possibilità di acquisire conoscenza ed esperienza o come conciliazione del lavoro con altre scelte di vita. Partendo da queste considerazioni, già esposte nella premessa, presentiamo alcune proposte per migliorare l’applicazione delle cosiddette forme atipiche di lavoro. - LAVORO INTERINALE: tale forma di lavoro è assai discutibile poiché comporta una vera e propria interposizione di manodopera e dovrebbe essere utilizzata esclusivamente per fornire esperienza ai giovani o per reinserire i lavoratori espulsi nel ciclo produttivo. Chiediamo, quindi, che cessi immediatamente l’inaccettabile estensione a tempo indeterminato di tali contratti di lavoro interinale, che dovranno essere applicabili esclusivamente a lavoratori che non abbiano ancora compiuto il trentacinquesimo anno di età o che siano stati espulsi dal mercato a causa di crisi strutturali, per al massimo i cinque anni successivi alla loro fuoriuscita dal ciclo di produzione. Chiediamo, inoltre, che lo Stato introduca migliori strumenti di controllo sulle agenzie interinali e le necessarie sanzioni di carattere economico per evitare forme di illecito. Capita spesso, infatti, che le Società di lavoro Temporaneo non siano un vero luogo di incontro tra domanda e offerta, ma che siano utilizzate dalle aziende per assumere personale precedentemente selezionato in proprio e inserito in organico attraverso questa via indiretta, eludendo le norme sul lavoro subordinato. Richiediamo, infine, che una percentuale degli utili conseguiti dalle agenzie interinali sia devoluto allo Stato per poter finanziare il sussidio di disoccupazione. - LAVORO INTERMITTENTE: l’utilizzo massiccio di questa forma di lavoro porta moltissimi giovani a lavorare solo “a chiamata”, consentendo alle imprese di evitare quelle modalità di assunzione che garantiscono migliori diritti al lavoratore. È necessario, dunque, riconoscere una serie di diritti equivalenti a quelli presenti nei contratti a tempo indeterminato, nonché applicare un’indennità di disponibilità per disincentivare l’uso elusorio del lavoro intermittente. Chiediamo, inoltre, che siano determinate, chiaramente e categoricamente, le tipologie di lavoro che, per particolari caratteristiche, necessitano di questa tipologia contrattuale. - LAVORO RIPARTITO: questa forma di lavoro è adottabile solo se serve a conciliare la vita lavorativa con altre esigenze. Per questo richiediamo che sia limitata agli studenti-lavoratori, ai genitori nei primi otto anni di vita del figlio e a tutti coloro che svolgono attività di volontariato. Ciò consentirà a questi soggetti di organizzare in maniera ottimale il proprio tempo, contemplando tutte le esigenze personali, da quelle familiari a quelle sociali, a quelle di studio. L’ACCESSO AL CREDITO In Italia, è realmente difficile accedere al credito, sia per le persone sia per le aziende. Per poter usufruire di finanziamenti dal mondo bancario, infatti, è necessario presentare garanzie reali ben precise: occorre avere solidità patrimoniale, un reddito certo ed a tempo indeterminato. Queste requisiti rendono quasi impossibile l’accesso al credito per chi è sottoposto a forme contrattuali atipiche e non soddisfa una condizione necessaria per avere la fiducia delle banche: “il reddito fisso”. D’altro canto, l’impossibilità di poter contare sia sul credito al consumo sia sull’accensione di un mutuo, aumenta la percezione di incertezza e di precarietà. Le aspettative negative, dunque, dominano un contesto sociale caratterizzato da un mercato del lavoro flessibile, creando una spirale negativa per l’intero sistema economico. Per questo chiediamo che sia lo Stato a farsi garante nei confronti del sistema bancario, a favore di tutti i lavoratori flessibili, fornendo le garanzie necessarie per accedere al credito. In tal modo, si favorirebbe anche un più agevole accesso ai fondi sociali stanziati dall’Unione Europea per la creazione di nuove imprese giovanili. Inoltre, sarebbe necessario che gli istituti di credito siano formalmente obbligati ad investire una percentuale minima dei finanziamenti sul territorio in cui operano, considerato che i cittadini del Mezzogiorno sono ormai “sfruttati” dal sistema bancario, che sostanzialmente opera solo per la raccolta dei risparmi dei lavoratori senza reinvestire sui territori del Sud. CONCLUSIONI È necessario risolvere in modo definitivo il problema del governo della flessibilità del mercato del lavoro, attraverso un politica volta ad esaltarne i vantaggi e a ridurne al minimo i rischi ed i costi sociali connessi. La flessibilità deve divenire un’opportunità e non una forma di precarietà diffusa. Per questo stiamo lanciando una petizione popolare per introdurre alcune forme di garanzia presentate nel documento. Nello specifico chiediamo subito: l’introduzione del sussidio per i giovani disoccupati del lavoro “flessibile”, il controllo sulle agenzie di lavoro interinale e la creazione di un sistema che faciliti l’accesso al credito per i lavoratori impiegati con contratti atipici.

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