Articoli e recensioni • 11 November 2011

GLI ECCESSI DEL DILAGARE DELL'ANTIPOLITICA

di Diletta Alessandrelli

Da ormai diversi mesi il termine “antipolitica” è entrato nel vocabolario degli italiani, se ne fa un uso, o meglio, un abuso corrente. Si parla di antipolitica in TV, se ne parla nelle scuole, nelle università, per strada, al supermercato, dal parrucchiere, nei bar. L’antipolitica è un buon elemento di conversazione permette a ciascuno di dire la propria e di attribuire alla logorata e logorante classe politica ogni male dell’umanità. Piove, parlamentari ladri. Fin qui niente di nuovo.

 

Si sa l’opinione pubblica va dove li conduce il flauto magico degli opinion leaders, ma ultimamente il fenomeno sta tanto degenerando da destare preoccupazione. L’antipolitica è diventata il leitmotiv dell’ odierna demagogia e per questo usata addirittura dalla “casta” contro se stessa. Ma chi c’è dietro tutto questo? A chi da fastidio la politica tanto da dispiegare tante energie e risorse nel mobilitarle contro un esercito civile che va dalla grande stampa ai talk show, dai comici ai black block, dalle scuole alle piazze, dalle pizzerie napoletane alle gelaterie romane? Chi ha interesse a mantenere l’Italia piegata ai tornaconti delle lobby sindacali, delle corporazioni del pubblico impiego e degli ordini professionali? Siamo sicuri che siano i politici “la casta”? Forse chi fino ad oggi ha veramente governato l’Italia, l’alta finanza, vuole liberarsi di una politica che ha deciso di smettere di rispondere ai suoi dettami. Ma questa è solo la mia impressione, lascia il tempo che trova.

Non intendo difendere né i politici, né i loro privilegi, ma non posso nemmeno accettare che si dica che se in Italia qualcosa non funziona e siamo a rischio default la colpa è dei costi della politica.

Potrei anche accettare di ammettere che sia colpa dei costi della politica, le auto blu, i prezzi stracciati ai ristoranti di camera e senato, i vitalizi da capogiro ecc., a patto che si ammetta che a questi tanto odiati sprechi vengano sommati quelli per mantenere strutture sanitarie che non servono ad altro che a creare pubblico impiego e accomodare con un contratto a tempo indeterminato i clientes della casta, e così via per scuole, università, acquedotti, municipalizzate… insomma tutte quelle strutture pubbliche o a partecipazione pubblica dove poi sono impiegati gli stessi che scendono in piazza a manifestare in difesa dei privilegi acquisiti contro quelli altrui.

Ultimamente mi è capitato di imbattermi in monologhi tanto antipatici quanto infondati del comico Enrico Brignano che, ottenuto un contratto come conduttore a le Iene, ha ritenuto di doversi schierare contro questo sporco governo di ladri, certo perchè si sa che se non ci si schiera, possibilmente contro la politica, possibilmente contro il governo e possibilmente a sinistra nel mondo della televisione e della cultura non sei nessuno.

L’ho ascoltato parlare dei disordini del 15 dicembre a Roma, l’ho ascoltato teorizzare complotti a danno dei manifestanti e l’ho ascoltato teorizzare un coinvolgimento della polizia nei complotti, e certo, al governo serviva che questa manifestazione andasse in fumo, come siamo scemi a non averlo capito prima.

Poi di nuovo si è adoperato in una lunga ed infiammata invettiva contro i politici, i loro costi ed i loro sprechi, senza comprendere che le sue parole - in questo caso simpatiche e forse in parte anche giuste, ma cariche di risentimento - andranno a nutrire l’odio e la disperazione di quei ragazzi che in virtù delle ingiustizie subite dalla casta, dalla politica e soprattutto da questo governo si sentiranno giustificati nel compiere gesti degeneri e violenti.

E’ un atteggiamento che nuoce alla capacità di chi, ancora in fase di maturazione, gli adolescenti, deve ricevere gli strumenti per autodeterminarsi e non essere infarcito di dottrine. Questo modo di fare informazione, nega loro la possibilità di credere che il loro impegno civico possa essere prezioso per il futuro della loro generazione e di quelle a seguire. Così si nega loro la possibilità di credere di poter cambiare il mondo, la possibilità di avere fiducia nella vita, di ambire a ricoprire cariche politiche perchè spendersi per il proprio Paese è un atto d’amore. E, non ultimo, si nega loro di credere che non ci si impegna in politica solo per un tornaconto personale.

Non si può cercare la causa di tutti i mali solo nella classe politica. Creare lo spauracchio dell’ineluttabilità del fallimento e della crisi globale certo non giova ai ragazzi, nè all’intero sistema sociale, non giova alla fiducia che la gente riporrà nel futuro e di conseguenza alle pratiche e alle forze che metteranno in campo per realizzare le proprie ambizioni. E’ giusto far credere ai ragazzi che stanno peggio dei loro genitori alla loro età, quando per altro non è vero? E’ giusto fargli credere che per loro non ci sarà futuro e che tutto è perduto? Siamo sicuri che questo atteggiamento di diffusione della sfiducia non generi un meccanismo perverso per il quale la fine e il fallimento, così tanto attesi e profetizzati, debbano necessariamente realizzarsi?

Sarebbe meglio spendere a favore di un pubblico di giovani e giovanissimi parole di speranza e di incoraggiamento così che siano portati a reagire alla crisi piuttosto che a subirla, non si può fare l’errore di convincere i ragazzi a credere che il governo debba garantirgli un lavoro a vita piuttosto che, invece, a pretendere che gli garantisca la possibilità di un migliore accesso al mercato del lavoro.

L’antipolitica è da considerarsi alla stregua dei motti demagogici ed irrazionali che contraddistinsero glia anni a cavallo tra i ’60 e i ’70 e che produssero il malessere sociale ed economico in cui languiamo oggi.

Così un gelataio 26 enne espone all’ ingresso del proprio locale l’avviso che “per deputati e senatori il gelato costa 30 euro” e che un pizzaiolo di Napoli vende la pizza a 100 euro agli eletti in parlamento.

Entrambe sono nient’altro che trovate pubblicitarie, ma danno il senso di come oggi tutto si nutra e si misuri sul metro del disprezzo per la politica e così, invece di puntare alla qualità e alla bontà dei prodotti in vendita si gioca la carta dell’ antipolitica che poi non è che un modo alternativo per fare la tanto odiata politica.

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